{"id":1194,"date":"2018-03-27T11:55:54","date_gmt":"2018-03-27T09:55:54","guid":{"rendered":"https:\/\/medicinaepersona.ch\/?p=1194"},"modified":"2018-05-09T11:34:56","modified_gmt":"2018-05-09T09:34:56","slug":"direttive-sul-fine-vita-nuovo-testo-in-consultazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/medicinaepersona.ch\/index.php\/2018\/03\/27\/direttive-sul-fine-vita-nuovo-testo-in-consultazione\/","title":{"rendered":"Svizzera. Direttive sul fine vita. Nuovo testo in consultazione"},"content":{"rendered":"<p><strong><a href=\"https:\/\/www.samw.ch\/fr\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">L\u2019Accademia Svizzera delle Scienze Mediche (ASSM)<\/a> si attribuisce il ruolo di mediatore fra la scienza e la societ\u00e0. Nell\u2019ambito dell\u2019ASSM \u00e8 stata costituita una Commissione Centrale di Etica (CCE) che da anni emana delle direttive medico-etiche in molti campi fra cui la cura dei pazienti dementi, la diagnosi della morte, l\u2019accompagnamento in fin di vita, \u2026 Proprio queste ultime direttive sono state recentemente riviste integralmente (il primo testo risale al 2004 ed era stato aggiornato nel 2014).<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019Associazione Medicina e Persona ha preso conoscenza con interesse delle <a href=\"https:\/\/medicinaepersona.ch\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/directives_assm_fin_de_vie_consultation.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">nuove direttive medico-etiche (\u201cAttitude face \u00e0 la fin de vie et \u00e0 la mort\u201d)<\/a>. Abbiamo molto apprezzato l\u2019equilibrio e l\u2019accuratezza del testo che, come altri documenti emanati dall\u2019ASSM, si conferma rispettoso della pluralit\u00e0 delle visioni etico-culturali degli operatori socio-sanitari e tiene in grande considerazione il principio dell\u2019autodeterminazione del paziente, il suo contesto socio-affettivo, la qualit\u00e0 di vita e la sofferenza.<\/p>\n<p><strong>Considerazioni di aspetto generale<\/strong><\/p>\n<p>Ci permettiamo cortesemente di considerare il testo, come detto, ben bilanciato ma in pari tempo anche un po\u2019 distaccato, quasi che non volesse favorire una maggiore prossimit\u00e0 con il paziente in fin di vita per un costante accompagnamento e una sincera condivisione della sofferenza. Si tratta del fenomeno culturale della spersonalizzazione delle cure che \u00e8 sorto nel corso degli ultimi decenni, in concomitanza con una maggiore professionalit\u00e0 e specializzazione, quasi che si volesse favorire una distanza dal paziente cronico e terminale per impedire un coinvolgimento personale: una sorta di auto-protezione del curante. Ma se la malattia interroga la coscienza del malato, altrettanto fa con la coscienza del curante per l\u2019umano che ci accomuna tutti: la dimensione personale e relazionale della vita induce, infatti, al coinvolgimento del curante da cui pu\u00f2 nascere quell\u2019empatia che favorisce fiducia e affidamento, cos\u00ec importanti nella cura e nell\u2019accompagnamento in fin di vita a salvaguardia della dignit\u00e0 del malato.<\/p>\n<p>La cultura odierna secolarizzata tende giustamente a controllare la sofferenza ma l\u2019eccesso del controllo pu\u00f2 indurre a voler padroneggiare anche la morte, con il rischio di spingere il desiderio del suicidio assistito quando la fine diviene ineluttabile. Invece, occorre riconoscere al processo della morte un\u2019opportunit\u00e0 di apertura e di crescita che affronta la verit\u00e0 profonda della vita, processo favorito in un ambiente terapeutico ove vigono relazioni personalizzate. \u00c8 esperienza comune che in questo clima relazionale la dignit\u00e0 del malato \u00e8 maggiormente custodita: il paziente si apre al medico e in genere all\u2019\u00e9quipe curante, facilitando in questo modo una migliore capacit\u00e0 diagnostica e terapeutica. La moderna medicina ospedaliera, molto professionale ma spesso spersonalizzata, ostacola involontariamente il processo di maturazione dell\u2019umanit\u00e0 insita in ogni paziente sofferente, e in special modo nel malato terminale.<\/p>\n<p>Da ultimo solo un\u2019etica della prossimit\u00e0 responsabile evita l\u2019accanimento terapeutico, quale attivismo sproporzionato, e l\u2019abbandono terapeutico, quale fuga alla relazione di cura: atteggiamenti entrambi inadeguati a fronte della domanda del paziente. Se da una parte \u00e8 vero che il malato terminale deve fare lui stesso il proprio cammino esistenziale, affrontandolo secondo le possibilit\u00e0 concesse dalla malattia e dalle sue circostanze di vita, d\u2019altra parte egli pone a chi lo assiste e a tutte le persone che entrano in rapporto con lui una domanda di aiuto e di cura, fino all\u2019inevitabile domanda sul significato di ci\u00f2 che gli accade. E per stare di fronte alla sofferenza degli uomini occorre mettersi in gioco personalmente: e affinch\u00e9 la cura sia adeguata \u00e8 necessario che la medicina non dimentichi il livello dell\u2019umano che emerge nell\u2019esperienza del dolore e della morte. Infatti, \u00e8 l\u2019esperienza stessa, che quotidianamente facciamo come curanti, che ci mostra e insegna che il giusto rispetto dell\u2019autonomia della persona\/malato richiede ai curanti un maggiore e pi\u00f9 puntuale coinvolgimento; l\u2019alternativa \u00e8 la fuga\/abbandono della persona\/malato.<\/p>\n<p><strong>Considerazioni puntuali<\/strong><\/p>\n<p>Ci preme evidenziare due punti critici nelle presenti direttive medico-etiche. Si tratta di due modifiche importanti, che emergono confrontando la versione precedente (2004, con adattamento del 2013) con il testo attualmente in consultazione.<\/p>\n<p>1) il campo d\u2019applicazione \u00e8 stato allargato, passando da malati terminali (morte prevedibile \u201cnello spazio di qualche giorno o settimana\u201d) all\u2019inclusione di due altri gruppi ovvero i pazienti con malattie \u201cmolto probabilmente mortali\u201d e le persone stanche di vivere (chiamati \u201cpazienti\u201d che desiderano un atto medico per porre fine alla loro vita). Si tratta di una modifica radicale con conseguenze cos\u00ec profonde che non pu\u00f2, a nostro parere, venire introdotta senza argomentazione e commento. Di fatto, che lo si voglia oppure no, questa estensione del campo di applicazione facilita e \u201cufficializza\u201d il ricorso al suicidio con assistenza medica anche da parte di persone sane. In questa situazione, il principio della non maleficenza non dovrebbe prevalere su quello della autonomia?<br \/>\nVa poi detto, a questo riguardo, che le sei condizioni preliminari (elencate a pag. 17) che devono essere riunite e soddisfatte per giustificare il coinvolgimento di un medico in un suicidio assistito ci sembrano incompatibili con l\u2019inclusione del campo d\u2019applicazione del secondo e terzo gruppo di persone citato sopra. E\u2019 necessario (e valutiamo come molto positivo) elencare con precisione queste condizioni, dato che la cronaca e le statistiche da anni mostrano una crescita numerica del fenomeno (in netto contrasto con la stabilizzazione del numero totale dei suicidi) e nessun medico pu\u00f2 rallegrarsi che sempre pi\u00f9 persone -malate e non- decidano di uccidersi. Proponiamo perci\u00f2 di mantenere le condizioni elencate, come contributo medico alla \u201cnon-banalizzazione\u201d del fenomeno, ma di abolire i cambiamenti del campo d\u2019applicazione tornando alla versione del 2004.<\/p>\n<p>2) Nella versione attuale \u00e8 stata stralciata l\u2019affermazione della versione precedente 2004 \u201cl\u2019assistenza al suicidio non fa parte dell\u2019attivit\u00e0 medica, poich\u00e9 \u00e8 contraria agli obiettivi della medicina\u201d. La definizione del ruolo del medico nel testo attuale al cap. 6.2.1. \u00e8 pi\u00f9 ambigua: l\u2019assistenza al suicidio sembra essere diventato un atto medico, ma di un tipo che non pu\u00f2 essere preteso dai pazienti. Che cosa ha fatto cambiare la natura dell\u2019atto in s\u00e9? Se finora non faceva parte dell\u2019attivit\u00e0 medica, ma secondo le attuali direttive dovrebbe iniziare a farne parte, un testo di riferimento bioetico dovrebbe dare le ragioni di tale cambiamento. Tanto pi\u00f9 che ripetutamente i sondaggi hanno mostrato che i medici, sia quelli contrari che favorevoli al principio del suicidio assistito, sono in grande maggioranza contrari a eseguirlo in prima persona. Il sentimento comune dei curanti a questo riguardo conferma che il suicidio assistito contrasta con gli obiettivi della medicina.<\/p>\n<p>In conclusione ci sentiamo di proporre che una riflessione sull\u2019etica della prossimit\u00e0 debba trovar spazio nel capitolo 3 (\u201cEntretien sur la fin de vie et la mort\u201d) e ribadita dei capitoli 4 e 5 (\u201cAttitude face aux d\u00e9sirs de mourir\u201d e \u201cProcessus d\u00e9cisionnels\u201d). Inoltre, desideriamo che anche la versione attuale limiti il campo di applicazione del suicidio assistito ai malati terminali e che sia ribadito che l\u2019assistenza al suicidio non fa parte dell\u2019attivit\u00e0 medica.<\/p>\n<p>Dr. Med. Claudio Foletti \/ Presidente M&amp;P<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019Accademia Svizzera delle Scienze Mediche (ASSM) si attribuisce il ruolo di mediatore fra la scienza e la societ\u00e0. 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