Psichiatri, sacerdoti e attivisti pro life a convegno alla Lateranense di Roma, per affrontare un tema scomodo e ancora poco dibattuto.

La Pontificia Università Lateranense e il Movimento per la Vita Romano, in una tavola rotonda tenutasi il 6 ottobre scorso, hanno provato a scalfire un muro di silenzio sull’argomento che, salvo pochi dibattiti di segno opposto, sembra al momento incrollabile. Esistono però realtà del no profit e della Chiesa Cattolica che seguono da vicino questo dramma umano e, in particolare, femminile, come ha ricordato il presidente del Movimento per la Vita di Roma, Antonio Ventura: tra questi, i Centri di Aiuto alla Vita, la Vigna di Rachele, il Progetto Gemma, il Numero Verde “Fede e terapia”.

Nel suo saluto iniziale, monsignor Enrico dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, ha ricordato in primo luogo il contributo di due amatissimi santi del secolo scorso: San Giovanni Paolo II e Santa Teresa di Calcutta, che, rispettivamente con l’enciclicaEvangelium vitae (1995) e al ritiro del Nobel per la Pace (1979), ebbero il coraggio di definire l’aborto espressione della “cultura della morte” e principale “nemico della pace”.

Nel corso della conferenza è stato proiettato Happy Birthday Aron, un cortometraggio pro life americano sottotitolato. La vicenda è quella di una madre che, fatti gli auguri di compleanno al figlioletto appena sveglio, lo accompagna poi ad una passeggiata al parco e, giocosamente, immagina con lui un futuro da astronauta. Quando poi il bambino scompare dalla sua vista, la donna telefona angosciata al marito, che la riporta alla realtà: quel figlio non è mai esistito o, meglio, non è mai nato, è stato volontariamente abortito anni prima e in ogni ricorrenza del tragico evento, la mancata madre ha regolarmente una visione di quella che sarebbe stata la sua vita genitoriale. La storia si conclude con una voce infantile che sussurra: “Mamma, ti ho perdonato”; e una scritta in sovrimpressione: “Perché tutti possano festeggiare il primo compleanno”.

Un dramma del genere è stato vissuto in prima persona dall’attrice Beatrice Fazi, una delle poche donne famose ad aver infranto questo tabù a livello personale, raccontandolo in un libro autobiografico, Un cuore nuovo (Piemme, 2016), che sintetizza la storia della sua conversione.

Quella della Fazi è stata una vera e propria inversione di rotta a trecentosessanta gradi: abbandonata la strada degli idoli, con tutta la frustrazione e l’infelicità che ne erano derivati, si è incamminata verso il vero amore e la vera felicità, determinati dall’incontro con Dio. La ferita dell’aborto, ha spiegato l’attrice, era stata preceduta molti anni prima da un’ulteriore ferita, quella della separazione dei suoi genitori e dall’autosuggestione di essere stata una bambina indesiderata, un peso per la madre e per il padre.

Un “fallimento” che Beatrice aveva illusoriamente tentato di riscattare, rincorrendo il solito campionario di false libertà e falsi miti che oggi vengono propagandate a tamburo battente: il sesso sfrenato, il divertimento facile, l’immagine, l’apparenza, il successo. Senza contare l’adesione sfegata ad un veterofemminismo (peraltro, un po’ fuori stagione già negli anni ’90), in cui l’aborto era un “sacrosanto” diritto, osannato da tante “cattive maestre”. Da qui la scelta di trasferirsi da Salerno a Roma e di farsi strada nel mondo dello spettacolo. A 21 anni, Beatrice Fazi vive il passaggio più drammatico della sua vita: l’aborto di una creatura, che al momento del test di gravidanza – come lei stessa ha ammesso – aveva accolto con un moto di gioia, perché, al di là delle ideologie di appartenenza, c’è sempre una “legge scritta nel cuore” dell’uomo, che prescrive di amare qualunque vita, in qualunque forma si presenti.

La Fazi ha ricordato di come lei stessa fosse stata gelata dall’indifferenza del suo compagno di allora, un uomo con il doppio dei suoi anni che, alla notizia della sua gestazione, si era limitato a dire: “e mo’ che fai?”. “…come se fosse stato un problema solo mio”, ha commentato l’attrice. Nel corridoio dell’ospedale, in attesa dell’intervento che avrebbe soppresso il suo primo figlio, a un certo momento era risuonata la voce gracchiante di un’infermiera: “Chi so’ quelle della 194?…”. Parlando con le sue ‘compagne di sventura’, Beatrice aveva appreso che si trattava di donne alla terza, anche quarta interruzione di gravidanza…

“Ho sofferto di disturbi alimentari, ero diventata cupa, arida – ha proseguito la Fazi -. Anche quando iniziai a diventare famosa e a firmare i primi autografi, continuavo a sperimentare la solitudine a tutti i livelli, la mancanza di senso, il desiderio di morire”. Solo molti anni dopo, riscoprendo la propria “dignità di figlia di Dio” e rendendosi conto “dell’orrore dell’omicidio che avevo compiuto”, Beatrice ha potuto perdonare se stessa ed abbracciare finalmente la gioia del matrimonio e della maternità di quattro figli, oggi di 14, 13, 8 anni e 14 mesi.

Il punto di vista della Chiesa è stato espresso da monsignor Andrea Manto, direttore del Centro di Pastorale Sanitaria e Incaricato della Pastorale della Famiglia della Diocesi di Roma, e da don Maurizio Gagliardini, responsabile del Numero Verde “Fede e Terapia”.

Monsignor Manto, che in sede di confessionale, ha più volte toccato con mano il “dolore” e il rimorso delle donne che hanno abortito, ha spiegato che le tre parole chiave per aiutare le mancate madri a ripartire sono “verità”, “giudizio” e “misericordia”. La verità implica “ammettere la gravità del male dell’aborto”; il giudizio va tuttavia sempre evitato in quanto “spetta a Dio” e rischia di “aggiungere male al male, impedendo a quella donna di diventare, un domani, una madre felice”; la misericordia è invece quella parola che “permette di rinascere”, di non rimanere “prigionieri della morte”, lasciandoci “abbracciare da Lui”.

Da parte sua, don Gagliardini ha ricordato come il “senso di colpa” di chi abortisce vada sempre tramutato in “senso del peccato”, altrimenti “rimarrà sempre una malattia”. Inoltre, ha aggiunto il sacerdote, la perdita della genitorialità produce spesso una ferita paragonabile alla “perdita della patria”, mentre non vanno sottovalutate le conseguenze dell’“aborto spontaneo”, anch’esso in grado provocare “grande solitudine” e sensi di colpa.

Lo psichiatra Tonino Cantelmi ha ricordato che il rischio di disturbi psicologici sale dell’81%, in caso di aborto, sebbene questo aspetto nei consultori venga regolarmente taciuto. Al tempo stesso, ha puntualizzato, è sempre necessario “prendersi carico della sofferenza di chi abortisce, è un dolore che va ascoltato”. Un altro aspetto significativo è che “due terzi delle donne non ripeterebbero mai l’aborto”.

Hanno chiuso gli interventi la giornalista Rai Benedetta Rinaldi e la presidente del World Women’s Alliance for Life & Family (WWALF), Olimpia Tarzia, manifestando rispettivamente due auspici: un maggiore coraggio nel raccontare storie di aborto e di relativa rinascita anche sulla televisione pubblica, perché, nonostante tutto, la ‘censura’ su questo tema è meno opprimente di quello che sembra; contrastare la cappa ideologica della “cultura della morte”, in particolare le velleità della “biopolitica”, che ambisce a trasferire nelle mani del potere ogni questione legata all’etica della vita.

(Zenit)